ecco Da piccola ho parlato piuttosto tardi, e la prima cosa che ho detto è stata una frase: «Mamma, voglio bere». Per la mia afasia i miei si erano preoccupati, in effetti, e mi avevano portato in giro per medici. Il fatto è che se mia madre parlava con mio padre nel suo dialetto campano, e mio padre parlava con mia madre nel suo dialetto veneto, e ciascuno dei due parlava con me in italiano, le lingue fra cui mi districavo erano tre.

Sarebbe stato molto più chic avere una madre franscese e un American father: ma a me son toccati loro, e le lingue straniere me le sono imparate da sola.

Comunque, da quando ho detto «mamma voglio bere» non ho più smesso di parlare.  Neanche di bere, a dire la verità, ma sempre e solo acqua e succedanei, perché sono una dei sei astemi attestati nelle regioni del nordest italiano.

E da quando – poco dopo – ho imparato a scrivere, non ho mai smesso neanche di fare quello. Lo so: non è per forza una cosa buona, ma ormai è andata così.

Ho fatto la giornalista nei quotidiani per oltre vent’anni – scrivendo, ma anche no – e ho pubblicato alcune cose: racconti (il più recente è uscito in un’antologia italo-irlandese che in Irlanda è stata pubblicata con il titolo Lost Between dalla New Island Books e in Italia dalla Guanda come Tra una vita e l’altra), romanzi (Due colonne taglio basso, Sironi, un giallo ambientato in una redazione; e L’avvocato G, Senza Patria, una storia d’amore), e un saggio sul giornalismo (Il paese dei buoni e dei cattivi, minimum fax), che ho avuto l’immenso onore di sapere custodito a Washington alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America, e alle biblioteche universitarie di Harvard, Stanford e Columbia.

L’antologia italo-irlandese, di cui ho firmato la prefazione insieme alla scrittrice Catherine Dunne, è nata nell’ambito dell’Italo-Irish Literature Exchange, che dal 2011 organizzo insieme a Catherine, all’Irish Writers’ Centre di Dublino e con il contributo essenziale dell’Istituto italiano di cultura della capitale irlandese.

La mia passione per l’Irlanda mi ha portato a vivere là per un po’, dopo che mi sono dimessa dal giornale per il quale lavoravo con un contratto a tempo indeterminato.

In Irlanda ho frequentato un Master in Giornalismo all’università di Limerick – campus fantastico e i muffin al cioccolato più buoni della galassia – e ho vissuto da expat, con marito e figlio, per un tempo largamente inferiore a quello che avrei voluto; e infatti sono certa che ci tornerò.

Per adesso, mi limito ad andarci un certo numero di volte l’anno: un po’, ogni estate, per scrivere per qualche settimana in una casa per artisti; un po’ per andare a vedere concerti; e un po’ – adesso – anche per andare a prendere pezzi unici di designer e stilisti irlandesi che poi porto nell’atelier-boutique che gestisco a Verona dall’autunno 2015.

Il mio spazio si chiama Vib, che è l’abbreviazione di Vibrissae, e tenta di mettere insieme tutte le mie vite: quella della donna che scrive, quella dell’appassionata di Irlanda, e quella della fashion stylist che ho deciso di diventare dopo avere studiato a Londra alla University of the Arts-College of Fashion.

Lo spazio, in un magnifico palazzo storico del centro, nasce dall’idea che le cose e le persone hanno più vite, che le cose belle sono per tutti, e che quello che ci mettiamo addosso per attraversare il mondo dice molte cose di noi. Come si sostiene abbia detto Oscar Wilde, «solo i superficiali non giudicano dalle apparenze».

Non esiste «il» vestito bello: esiste solo il vestito giusto per il corpo che lo indossa. Stare accanto a una donna che, specchiandosi da Vib con un abito e gli accessori che ho scelto per lei, si commuove per quanto riesce a vedersi bella è una delle soddisfazioni più grandi che mi è capitato di avere.

In gennaio si è conclusa la prima edizione del gioco letterario Vib «Le storie dell’armadio», un piccolo concorso in cui si doveva scrivere un racconto breve che avesse a tema un abito, un profumo, un elemento di make-up… Di storie ne sono arrivate oltre 230, e per me è stata una sorpresa meravigliosa. Sul blog lestoriedellarmadio.wordpress.com si trovano ancora tutte.

Da Vib organizzo anche corsi di scrittura e ospito incontri letterari e non solo.

Sono onorata di avere partecipato a quest’antologia, con compagne di strada che mi rendono fiera di me.

Mi dispiace solo che il titolo del mio racconto contenga una parolaccia.

Ma in fondo anche no: tanti anni nelle redazioni insegnano tante parolacce.

In questo, insomma, sono una mamma strana. Come moglie sono un po’ più ordinaria; però non stiro dal 2006. Non è che abbia una donna che viene a fare i mestieri o a stirare: ho solo un marito delizioso che alle camicie preferisce le t-shirt.